Welcome!, Locarno

Welcome!
Michele Lombardelli, Giancarlo Norese, Luca Scarabelli

dal testo di sala a cura di Riccardo Lisi

Lombardelli, Norese, Scarabelli accolgono il pubblico con una introduzione alla mostra caotica e volutamente disordinata: un ufficio dove sia possibile lavorare assieme, ognuno occupandosi delle proprie cose, così come avvenuto nell’allestimento dell’esposizione, che si apre con una piccola opera a parete per artista, seminascoste dalle scale pieghevoli.
Il benvenuto del titolo apre il recinto dei significati, ma anche delle possibilità delle relazioni fra le opere: l’isola della forma circondata dai confini del senso, come un mare di cui abbiamo perduto le carte per navigarlo, e l’opera è lì come un faro forse capace di illuminare la navigazione al visitatore.

Il pubblico viene obbligato ad attraversare una strettoia per entrare nelle due sale espositive. La sala lunga è dominata da un grande tappeto antico, bello ma sporco, nella logica dell’installazione introduttiva ideata da Giancarlo Norese, e da un’opera di Luca Scarabelli che percorre la sala per l’intera lunghezza, realizzata con un festone di bandierine di plastica bianca lungo cinquanta metri. Dal suo canto Michele Lombardelli – come nell’intera esposizione – propone un apparente ritorno all’ordine con una serie di piccoli dipinti ad olio ed icastiche xilografie su carta, realizzate con gli stessi colori ad olio. Norese ha misurato la sua altezza e l’ha segnato a parete con un feticcio-meticcio prodotto nella sua città natale, ma presunto africano, come in realtà siamo un po’ tutti. Inoltre ha appeso al soffitto le chiavi di una bella casa di New York rimaste in suo possesso all’insaputa dei proprietari. Scarabelli ripone con modestia un collage dedicato a Goya sopra cibi in scatola esotici e chiude la prima sala con un saluto beffardo apposto su una pagina di intercalare strappata da un vecchio libro.

La sala più grande si apre con assonanze tra gli artisti coinvolti. Lungo la parete di sinistra, a una tecnica mista di Scarabelli replica Lombardelli e poco oltre Norese si esprime con la pittura, ma acheropita, cioè almeno in parte originatasi senza il suo intervento. Il numero 51556 – che corrisponde ai cittadini svizzeri accolti e residenti in Italia, secondo gli ultimi dati – è stato da lui composto fluidamente su cinque tele, lasciando poi che pigmenti e supporti interagissero tra loro. Nell’angolo un altro olio di Lombardelli evocativo di un figurativo immanente e un taglio di cartolina di architettura modernista ancora di Norese. La parete destra vede isolata una piccola tela astratta di Scarabelli, realizzata con vernice argento, mentre la parte centrale è dominata da tre xilografie di Lombardelli, sempre stampate con gli stessi colori ad olio che impiega per dipingere. Dal muro scende un rotolo di carta gialla dove l’aggettivo Lazy è ripetuto e seguito da un secondo termine in italiano e in persiano (farsi). Si tratta del prodotto di uno scambio intrattenuto quotidianamente da Norese con l’artista iraniana Shervin Kianersi Haghighi.
Nell’angolo spunta la costa di un libro scolastico d’arte, lo “scarto” di un’opera precedente di Norese. La parte centrale della sala è occupata da lavori caratteristici di Luca Scarabelli: una nuova oggettività secca, sfoltita fino all’emergere di un concetto, sovente ironico. Un piccolo assemblaggio di due oggetti trovati (una gruccia e una scatola di plastica senza fondo) dialoga con sculture realizzate in materiali studiati e ricchi, come il marmo nero, contrastanti con altri poveri. Il feltro riporta la figura imprescindibile di Beuys, quasi in forma di vaso per le miriadi di piante da lui preconizzate.

Lo spettatore termina qui un viaggio in un regime simbolico “in economia”, come se ci fosse un’etica sottrattiva del senso. Sono evidenti riferimenti a significati inconsci collettivamente condivisi, ma anche a percorsi artistici soggettivi e qui messi in relazione tra loro, in un clima di apertura reciproca, così come rivolta verso una scena differente, quella elvetica.

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